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domenica 29 settembre 2013

DIVINA COMMEDIA - Purgatorio - Canto I - Parafrasi

PURGATORIO
CANTO I

Per solcare acque migliori, ora spiega le vele
la nave del mio intelletto,
che lascia dietro di sé un mare così crudele;
E racconterò di quel secondo regno
Dove lo spirito dell’uomo si purifica
E diventa degno di salire al cielo.
Qui risorga la poesia che narra dei morti,
o sante Muse, poiché sono vostro;
e qui si alzi Calliope,
accompagnando il mio canto con quel suono
la forza del quale fu sentita dalle Piche
così tanto da disperare di essere perdonate.
Un dolce colore di zaffiro orientale,
che era raccolto nella sembianza serena
dell’aria, pura fino all’orizzonte,
tornò a dilettare i miei occhi,
non appena io uscii fuori dal regno dei morti
che mi aveva oppresso gli occhi ed il petto.
Quel bel pianeta che induce all’amore (Venere)
Faceva risplendere tutta la parte orientale,
nascondendo i Pesci, che si trovava al suo seguito.
Mi girai a destra, e fissai lo sguardo
Al polo antartico, e vidi quattro stelle
Mai viste da nessuno se non dai due primi uomini (Adamo ed Eva).
Il cielo sembrava compiacersi delle loro luci:
o mondo settentrionale (emisfero boreale), sei vedovo,
poiché privato di ammirare quelle luci!
Non appena distolsi lo sguardo da loro,
girandomi verso il polo opposto,
là dove il Carro era già scomparso,
vidi vicino a me un vecchio solitario,
nell’aspetto degno di più rispetto
di quanto un figlio deve averne nei confronti del padre.
Aveva una barba lunga, brizzolata di peli bianchi,
simile ai suoi capelli,
che cadevano sul petto in due fasce.
I raggi delle quattro stelle sante
Adornavano il suo viso di luce,
in modo che io lo vedevo come se il sole fosse davanti a me.
«Chi siete voi che siete fuggiti dall’eterna prigione
Salendo in direzione contraria l’Acheronte?»,
disse, muovendo i peli della sua barba soave.
«Chi vi ha guidato qui, o quale luce avete avuto,
per uscire fuori dal buio profondo
che rende eternamente nera la valle dell’inferno?
Sono state così infrante le leggi dell’abisso?
O è cambiato in cielo il recente decreto,
per cui, voi dannati, giungete presso le mie grotte?».
Allora la mia guida mi prese con ambo le mani
E con parole, e con gesti e con cenni
Reverenti mi fece inginocchiare ed abbassare lo sguardo.
Poi gli rispose: «Non sono venuto da solo:
discese una donna dal cielo, per le preghiere della quale
io soccorsi quest’uomo con la mia compagnia.
Ma dal momento che desideri che ti spieghi di più
La nostra condizione e la sua veridicità,
io non posso desiderare a mia volta che ciò ti sia rifiutato.
Questo non ha mai visto l’ultimo giorno (non è ancora morto);
ma per la sua follia ne fu così vicino,
che gli rimaneva ancora poco tempo.
come ho detto, fui mandato da lui
per salvarlo; e non c’era altra via
Che questa per la quale mi sono incamminato.
Ho mostrato a lui tutto il popolo dei dannati;
e ora ho intenzione di mostrargli quegli spiriti
che si purificano sotto la tua giurisdizione.
Sarebbe troppo lungo raccontarti come l’ho portato qui;
dall’alto scende una potenza che mi aiuta
a condurlo alla tua presenza e ad ascoltarti.
Ora accetta di accogliere il suo arrivo:
cerca la libertà, che è così cara,
come ben sa chi per essa rifiuta la vita.
Tu lo sai, poiché grazie a lei la morte non fu amara
ad Utica, dove hai lasciato
il corpo che nel giorno del giudizio sarà così luminoso.
Noi non abbiamo infranto le leggi eterne,
dato che lui vive e Minosse non mi ha trattenuto;
ma sono del cerchio dove ci sono anche gli occhi casti
della tua Marzia, che nell’atteggiamento ancora ti prega,
o cuore santo, che tu consideri come tua:
dunque per l’amore di lei piegati ad esaudire noi.
Lasciaci andare per le tue sette cornici;
ringrazierò lei del tuo comportamento,
se ritieni degno l’essere menzionato laggiù».
«Marzia fu così cara ai miei occhi
Mentre ero ancora vivo», disse egli allora,
«che feci tutto quello che lei mi chiedeva.
Ora che sta al di là del fiume infernale,
non può avere più alcuna influenza su di me, per quella legge
che fu fatta quando uscii fuori da quel luogo.
Ma se una donna del cielo ti ha fatto muovere e ti sostiene,
come tu dici, non c’è bisogno di lusinghe:
basta che tu me lo chieda in nome suo.
Va dunque, e cingi quest’uomo
Di un giunco liscio e lavagli il viso,
cosicché ogni sudiciume sia cancellato;
poiché non si conviene, con l’occhio ancora sopraffatto
dalla caligine, andare dinanzi al primo dei ministri del paradiso.
Questa isoletta tutto intorno, nel punto più basso,
laggiù dove battono le onde,
ospita dei giunchi sopra la sabbia molle:
nessun’altra pianta che avesse delle fronde
o un fusto potrebbe sopravvivervi,
poiché non si piegherebbe ai colpi.
Poi non ritornate da questa parte;
il sole, che ormai sta sorgendo, vi mostrerà
dove scalare il monte per la salita più lieve».
Così sparì; ed io mi rialzai
Senza parlare, e mi strinsi tutto
alla mia guida, e lo guardai negli occhi.
Lui incominciò a dire: «Figliolo, segui i miei passi:
voltiamoci indietro, che da questa parte declina
la pianura al suo più basso limite».
L’alba prevaleva sull’oscurità dell’ultima ora della notte,
che fuggiva davanti a lei, così che da lontano
riconobbi l’infrangersi del mare.
Noi camminavamo per la pianura solitaria
Come un uomo che ritorna alla strada che aveva perduto,
al quale, finché non l’ha raggiunta, pare di camminare invano.
Quando giungemmo là dove la rugiada
Combatte col calore del sole, per essere in un luogo
In cui, sotto lo spirare della brezza marina, evapora più lentamente,
il mio maestro pose soavemente
sull’erbetta entrambe le mani aperte:
ed io, che compresi bene la sua intenzione,
porsi verso di lui le guance lacrimose;
allora mi rese nuovamente visibile
quel colore che l’inferno mi aveva nascosto.
Giungemmo poi sulla spiaggia deserta,
che non vide mai le sue acque nagivate
da un uomo, che poi fosse stato capace di tornare indietro.
Qui mi cinse, secondo il volere di Catone:
oh meraviglia! Perché come era umile la pianta che egli scelse,
del tutto uguale essa rinacque

immediatamente là dove l’aveva strappata.

mercoledì 18 settembre 2013

LA LETTERATURA ITALIANA - dalle origini a Boccaccio

Ti propongo un ripensamento critico scritto del percorso fatto insieme quest’anno. Prova ad elaborare un argomentato elenco di contenuti del programma. Come traccia ti propongo queste domande: esso ha proposto con altre materie l’incontro con quella civiltà che complessivamente indichiamo con il nome di ‘Medioevo’; quali ti sono sembrate le caratteristiche fondamentali di quella civiltà? Che idea complessiva di uomo, di realtà (natura e comunità di uomini), di conoscenza ed in particolare di letteratura ti pare che esso abbia elaborato? Quale contributo originale in merito a questi elementi fondamentali ha fornito ciascuno degli autori su cui ci siamo soffermati maggiormente (Dante, Petrarca, Boccaccio)? Ricorda di elencare anche quelli che ti sono parsi i temi ricorrenti ed i problemi fondamentali che a Dante stanno maggiormente a cuore quando scrive l’Inferno.

  1. caratteristiche fondamentali della civiltà medievale
» lingua » il cristianesimo diventa un modo nuovo di guardare la realtà e quindi di nominarla
                portando parole nuove per indicare realtà nuove prendendole dal greco e dal latino
» passaggio dal latino al volgare per parlare di Dio con San Francesco
» la lingua e la letteratura italiana nascono nel medioevo con Dante,che ne è padre fondatore
» il medioevo è caratterizzato da tre fattori » il cristianesimo è al centro della vita
                                                                     » la realtà è creata da Dio e ne è un segno
                                                                     » Dio è l’unico che è eterno insieme all’anima
» concezione proposta dalla poesia cortese di amore come ricerca della felicità personale, della
   politica come ricerca della felicità comune nel perseguimento del bene comune
» la realtà è segno » tutto ciò che è nella realtà è segno di Dio, un rimando che vuole essere letto e la
   Scala claustralium di Guigo Scala e Omnis mundi creatura di Alano da Lille ne
   sono esempi che propongono questa modalità di leggera la realtà
» la realtà è strutturata in modo tale da essere continua fonte d’insegnamento per
   l’uomo, perché è costituita da aspetti dell’uomo stesso, che vengono riscoperti
» la realtà è segno di qualcosa di eterno, ma non è eterna lei stessa; l’uomo nella
   sua esperienza infatti si accorge dell’irreversibile transitorietà delle cose
» per questo terra e cielo non sono separati: il segreto della terra sta nel cielo, ed è
   l’urgenza di capire chi c’è dietro il segno, e questo desiderio è comune a tutti
» Dio per il medioevo non è lontano, ma quotidiano e raggiungibile attraverso il
   metodo che Guigo Scala propone (la realtà ci è data per arrivare al significato)
» per la poesia provenzale il segno è fine a se stesso, non è rimando a qualcosa che
   superi l’amore, tutto rimanda alla passione incarnata nella donna, ha fine in una
   creatura finita; invece, per Dante, l’amore e la donna sono segni a loro volta di
   Dio, l’unico immutabile ed eterno. Questo testimonia diversi tentativi di risposta
» il medioevo esalta l’arte in tutte le sue forme perché è un riproporre sottoforma di canto,
   movimento, testo, dipinto la realtà che Dio ha costruito a sua volta come canto, movimento, testo,
   dipinto in modo che potesse essere letta dall’uomo, l’unico con questa capacità. L’arte quindi è una
   ricreazione della creazione divina, un’imitazione del lavoro di Dio; per queste ragioni non c’è nulla
   che non può essere soggetto d’arte (infatti Dante non esclude nulla dalla Divina Commedia)
» il medioevo è caratterizzato da una tendenza alla continua sperimentazione, come viene
   testimoniato da ciascun autore, che cerca l’espressione più corrispondente a sé, alla sua concezione
   di poesia, ai suoi scopi. Per esempio Iacopone da Todi, cimentandosi nella prima lauda drammatica,
   dà origine alla tradizione delle sacre rappresentazioni. Oppure i poeti siculo-toscani compiono un
   esperimento letterario che origina un nuovo registro linguistico, chiamato comico-realista, che con
   la sua immediatezza espressiva è adatto a descrivere la quotidianità ed è accessibile a tutti,
   diventando così anche mezzo attraverso cui descrivere le caratteristiche della società o denunciarla.
   Il dolce stil novo elabora, oltre ad una diversa modalità d’espressione, un nuovo concetto d’amore,
   che viene collegato alla nobiltà morale del cuore, da cui deriva una nuova considerazione della
   nobiltà sociale, che diventa invece secondaria e marginale. E così via.
  1. idea di uomo
» per la cultura cortese l’ideale di uomo è il cavaliere, l’uomo coraggioso ed in cerca di avventure e
   d’amore, che si contrappone ai villani, rozzi e non interessati ai valori che questa cultura propone.
   Soprattutto nell’epopea si capisce come l’uomo vero era portatore di grandi ideali, come
   combattere per la patria, il grande amore incontrato in un’avventura in cui si mette alla prova.
   Viene quindi ricercato il pericolo, che non è da evitare, ma è esercizio per il proprio valore. In
   conclusione, l’uomo della cultura cortese è sempre alla ricerca della perfezione morale e sociale.
» nell’ambito della scuola siciliana, seppur nata dalla cultura cortese, di cui riporta gli ideali, si
   sviluppa un ideale diverso di uomo. L’uomo, per la mentalità proposta da Federico II, ha una
   doppia faccia, una professionale, una poetica-culturale che emerge nel tempo non lavorativo,
   ovvero dedicato al riposo; esse sono ben distinte tra di loro, tanto che nella poesia da prodotta nella   
   Curia di Federico (insieme di uffici e relativi funzionari in cui si articola la vita politica) viene
   totalmente escluso il tema politico e vengono utilizzate per i due diversi ambiti due diverse lingue
   (il latino per la documentazione politica, il volgare per la produzione letteraria). Per questo
   l’oggetto della poesia, che rimane l’amore, diventa astratto, completamente staccato dalla realtà
   della Curia e legato invece solo ad un passatempo. L’amore non è più qualcosa da ricercare, si
   elimina la competizione e l’avventura, nasce l’ideale dell’amore da lontano, ovvero
   l’innamoramento di un’immagine.
» per San Francesco la vita è vivere di Cristo, e l’uomo non ha bisogno di nient’altro; un uomo che
   vive in povertà perfetta e letizia imita Cristo. Chi vive con umiltà, realismo e povertà, cioè essendo
   cosciente che le cose sono date, sono per lui ma non sono sue, che è ciò che la fortuna, intesa come
   quella raffigurata da Dante, ha il compito di insegnare agli uomini. Si sposta quindi l’oggetto
   d’amore ad un soggetto eterno, che è Dio, un amore però non inteso come una passione senza
   ragione, ma verginale. L’uomo è inoltre diviso nelle sue due nature, una corporale ed una spirituale
   a cui corrispondono due morti, una corporale da non temere (prima volta nella storia), una
   spirituale che coincide con la dannazione eterna (anche Dante condivide queste concezioni)
» la poesia comico-realistica rivela come i poeti siculo-toscani concepiscano l’uomo in funzione
   delle sue passioni e desideri che, come direbbe il papa emerito Benedetto XVI, sono del “falsi
   infiniti”. Emerge la visione del mondo borghese, la pratica utilitaristica dominata dagli istinti
   “bassi” come il piacere sensuale, la brama di denaro, dei trastulli della vita da taverna. L’etica del
   “vivi più che puoi quello che vuoi, senza limiti morali” è prevalente in questa mentalità, indice di
   un uomo che si aggrappa all’istinto, a ciò che è destinato a finire, sotterrando così il proprio
   desiderio nell’accontentarsi della futilità
» nella concezione di Dante l’uomo è l’unica creatura che ha la capacità e la possibilità di percorrere
   la strada dal segno al senso, di leggere quel libro che è la realtà. Il compimento di sé è quindi
   accessibile a tutti, perché gli uomini sono stati concepiti per essere salvati, cioè per vivere in
   rapporto con Dio nella loro quotidianità, cioè nel rapporto con le altre cose del creato. Infatti
   l’uomo è stato creato a somiglianza di Dio in coscienza e libertà. Il rapporto con Dio si sviluppa
   quindi nel vivere ogni giorno, in qualsiasi circostanza; questo si capisce dal fatto che ha strutturato
   la divina commedia in modo tale da far emergere che, per arrivare a Dio e alla beatitudine, si debba
   passare attraverso l’inferno, attraverso il dolore ed il brutto per risalire. Nel De monarchia afferma,
   come l’uomo sia un animale politico (idea ripresa da Aristotele) e sociale (stoici), bisognoso quindi
   che ci sia il bene comune pur sacrificando il bene proprio
» per Petrarca l’uomo è una creatura destinata ad una battaglia infinita contro la realtà finita e
   corruttibile che lo circonda per arrivare ad una purezza che esclude il rapporto con il mondo, che
   dovrà fronteggiare con le sue forze. Deve trovare la saldezza di controllare se stesso perché non si
   perda e non perda quel prezioso tempo che sfugge avvicinandolo alla morte. Pur con la coscienza
   che la risposta al suo bisogno non va riposta nelle sue uniche forze ma in Dio, viene contrastato
   dall’accidia, la spaccatura tra affezione e ragione. Nella folle corsa verso la fama, l’unica cosa che
   rende l’uomo immortale e vince la finitezza, si accorge che non è la sua strada, ma la percorre
   comunque, segno della sua concezione di uomo come in balia al contrasto interiore ed a forze più
   grandi di lui. L’uomo è quindi una creatura impotente, sola, indifesa, in cerca di qualcosa che non
   conosce e non è sicuro che esista o che lo compi ultimamente, rinchiuso in un mondo di apparenza,
   a cui è costretto ad aggrapparsi, e di morte continua
» Giovanni da Certaldo, cioè Boccaccio, esprime chiaramente nella cornice del Decameron, come la
   favolazione e il racconto sono delle necessità dell’uomo. L’uomo quindi è una creatura che,
   vivendo tutti gli aspetti della vita, immerso nella quotidianità in modo attento e stupito, riscopre la
   necessità in lui di comunicare ciò che scopre. Boccaccio è quindi in linea con il pensiero medievale
   della realtà come fonte di crescita e di cambiamento, individuando la poesia come mezzo di
   comunicazione delle scoperte personali o delle osservazioni della realtà sottoforma di racconti
  1. idea di realtà
» amore » fin amour : amore è ciò che perfeziona il cuore dell’uomo, rappresenta un’esperienza di
   perfezionamento morale e sociale (l’innamorato è un mezzo di miglioramento per essere
   accessibile alla donna, che è di classe sociale più elevata, più nobile)
» San Francesco: tutta la realtà è frutto del gratuito amore divino, per questo nel Cantico
   delle Creature ringrazia per tutto quello che esiste; l’amore è ciò che definisce tutto il
   creato; è modalità d’incontro di Dio, di accrescere ed approfondire il rapporto con Lui
» il concetto di amore che ripropone la scuola siciliana è quello di un sentimento nascosto,
   celato, lontano, che non comprende un’esperienza reale, ma un’idealizzazione della mente.
   Il modello è quello dell’amante timido che non riesce a confessare i propri sentimenti e il
   cui amore si manifesta solo attraverso segni, sguardi, struggimento interiore. Questa
   posizione è evidente nella canzonetta di Giacomo da Lentini Meravigliosa-mente
» Guido Guinizzelli: c’è una stretta correlazione tra amore e cuore gentile. L’amore può
   aderire solo ad un cuore gentile e chi ha un cuore gentile è sempre capace di amore.
   L’amore è un’esperienza reale a cui si dà giudizio, è però un’esperienza razionale, cioè
   strumento della ragione, per crescere in intelletto, per una crescita morale. Per
   comprendere appieno questa esperienza amorosa l’uomo ha bisogno di strumenti
   razionali quali la scientia, doctrina et ars, cioè le conoscenze di ambito scientifico,
   generale e stilistico.
» Cavalcanti: è una passione travolgente e negativa perché distrugge l’uomo innamorato. È
   una circostanza accidentale sulla quale non si ha controllo, una guerra in cui si perde
   necessariamente: si perde la coscienza di sé nel sentimento che lo controlla.
» Dante: nel canto V afferma che la ragione mette in relazione la capacità affettiva (che è ciò
   che attrae) alla realtà, alla ragione. L’uomo ha però la libertà, che è la possibilità di
   scegliere se seguire l’irresistibile attrattiva di un particolare o apprezzarlo in ciò che è reale
   oggetto d’amore e di cui è solo un aspetto. La donna amata è un modo privilegiato per
   arrivare a Dio, di cui è segno. L’amore è quindi, come dice Platone, una nostalgia di Dio,
   un trampolino che spinge l’uomo alla ricerca della verità e della bellezza eterna, cioè Dio
» Petrarca: l’amore va eliminato perché si rischia di idolatrare il segno, che è un’irresistibile
   attrazione. Ha paura che si affezioni troppo a qualcosa che poi finisce, e per questa paura
   di perdere qualcosa a cui tiene troppo, elimina l’affezione alla realtà
» Boccaccio: denuncia il concetto di amore, che è andato formandosi nel tempo, per cui è un
   esercizio ginnico, uno sfogo, un espediente, un cedere all’istinto
» natura » per San Francesco è la manifestazione dell’amore di Dio; è un dono gratuito e pieno di 
                 bellezza, mezzo attraverso cui Dio mostra la sua preferenza per l’uomo
              » la poesia comico-realistica utilizza la natura come forma espressiva dei propri sentimenti,
    prediligendo in modo particolare gli elementi climatici che meglio esprimono la potenza e
    l’irresistibile attrattiva delle passioni umane, come la tempesta, il vento, il fuoco. Ciò è
    esplicito nella poesia di Cecco Angiolieri S’i’ fossi foco, arderei ‘l mondo
 » Alano da Lille dice in Omnis mundi creatura che la natura è un libro o un dipinto,
    specchio di Dio per l’uomo, e nello stesso tempo paragone con l’uomo stesso. Dice infatti
   che “la rosa dipinge la nostra condizione” insegnandoci ad avere coscienza della bellezza e
    perfezione con cui siamo stati fatti, e nello stesso tempo della nostra mortalità, che ci
    spinge, ad ogni nostro respiro vitale, più vicini alla morte in una contraddizione
    esistenziale. La natura è quindi segno vivente della morte, della fine delle cose, rivela il
    carattere dominante del creato: la sua transitorietà.
 » per Petrarca diventa l’ambientazione ideale, l’allegoria di una realtà fertile e generosa,
    perfetta, ma assolutamente astratta, irreale.
» politica » cultura provenzale: tutto era concentrato sulla corte, in antitesi con i villani
                » scuola siciliana: si basa sulla società di Federico II, che propone un’unione attraverso
                   una cultura ed una mentalità comune
                » Dante: nel De monarchia afferma la necessità della monarchia per il bene dell’umanità.
                   Elabora inoltre la teoria dei due soli: per la vita dell’umanità sono necessarie due autorità,
                   che corrispondono alle due nature dell’uomo (corpo e anima), autonome e dipendenti da
                   Dio che le ha volute, uno è l’Impero, necessario al conseguimento della felicità terrena e
                   avente il compito di garantire sicurezza e le basi affinché la seconda istituzione, la 
                   Chiesa, possa conseguire il suo compito: l’indirizzare l’uomo alla felicità eterna nella
                   salvezza nel Paradiso. Inoltre chiunque sia stato dotato di abilità speciali per grazia     
                   divina, cioè tutti coloro che dispongono di un repertorio culturale, hanno l’obbligo
                   morale di adoperarsi alla partecipazione alla vita politica per il bene comune
» Petrarca e Cola di Rienzo, nel 1347, vogliono restaurare la repubblica romana. Nella
   canzone Italia mia invita a prendere coscienza di sé, facendo germinare per la prima
   volta l’idea di una nazione italiana, cioè una compagine di persone che hanno un’idea di
   tradizione comune. La politica nella concezione petrarchesca sembra un’istituzione
   lontana, degna solo di lamentele derivanti dall’osservazione della corruzione e
   dell’immoralità interni ad essa, infatti non assunse nessun ruolo politico nel corso della
   sua vita (cercava invece un posto tranquillo, lontano dalle preoccupazioni del mondo)
» Boccaccio: denuncia la corruzione all’interno dell’istituzione della Chiesa
  1. idea di conoscenza
» Guigo della Scala = la conoscenza è una scala costituita dai gradini esplicitati nella scala
   claustralium, ovvero la lettura, la meditazione, l’orazione e la contemplazione. La lettura è un
   accurato esame delle scritture che muove da un impegno dello spirito. “La meditazione è un’opera
   della mente che si applica a scavare nella verità più nascosta sotto la guida della propria ragione.
   L’orazione è un impegna amante del cuore in Dio allo scopo di estirpare il male e conseguire il
   bene. La contemplazione è come l’innalzamento al di sopra di sé da parte dell’anima sospesa in
   Dio, che gusta le gioie della dolcezza eterna”
» Dante » l’uomo ha un intrinseco desiderio di sapere, come dice Arstotele, di conoscere la ragione
   di quello che ci circonda e il mistero dentro al cuore dell’uomo; è così perché ogni cosa per natura
   tende alla sua perfezione. Alcuni uomini però sono esclusi da questa perfezione per motivi interni
   all’uomo, che possono essere limiti fisici o mentali, o per motivi esterni dall’uomo, cioè la
   mancanza di tempo o l’inadatto luogo di nascita. La conoscenza però deve rimanere un patrimonio
   accessibile a tutti coloro che ne potrebbero disporre; per questo gli intellettuali devono operare
   nella politica affinché migliorino le condizioni per cui è possibile nutrirsi di quello che lui chiama
   il “pane degli angeli”, ovvero la conoscenza di Dio, la teologia. Questo motiva la sua scelta di
   utilizzare il volgare per parlare di qualsiasi realtà, cioè per permettere a tutti di cibarsi della verità e
   di crescere in essa. L’uomo rimane però libero di accogliere la conoscenza oppure di chiudersi ad
   essa nella malizia. Dante ripropone un cammino di conoscenza identico a quello di Guigo Scala
» Petrarca » la conoscenza è solo per i saggi, perché passa attraverso una lingua specifica che è il
   latino (conoscenza per essere appresa deve essere comunicata ed è comunicata attraverso la
   lingua)
» università, scuole
  1. idea di letteratura
» la realtà è come un libro quindi il libro, la letteratura è la stessa cosa in quanto specchio della realtà
» tendenza generale nella letteratura italiana alla sperimentazione del nuovo in quanto più corrispondente
» la letteratura italiana nasce da trasposizione della cultura cortese francese, che era esclusiva nelle corti in quanto intrattenimento ed esaltazione del signore che manteneva i poeti
» Letteratura nasce come mestiere, come modo di mantenersi al saldo di un signore
» per la scuola siciliana la poesia è un passatempo, uno svago rispetto alle proprie mansioni, è
   un’evasione dalla politica stessa, mantiene lo stesso tema della cultura cortese (amore). Federico II
   capisce che per unificare deve partire dal creare una cultura comune: unità nasce da un’identità
   culturale e religiosa; la poesia quindi non parla di politica ma ha un ruolo politico
» San Francesco ha un’idea differente di poesia e di letteratura, interpretata come lode di Dio per i
   suoi contenuti, che sono completamente nuovi (qui inizia la letteratura italiana), e come mezzo per
   far conoscere Dio a tutti (la Bibbia era scritta in latino, lui scrive invece in volgare) » la poesia è
   mezzo di comunicazione tra gli uomini di un messaggio importante la loro vita
» poesia siculo-toscana: poesia come mezzo per raccontare della vita quotidiana quindi
   sperimentazione di nuovi stili e nuovi registri
» dolce stil novo: il soggetto della poesia è l’esperienza personale, non è più un trasmettere agli altri ma diventa utilità individuale » la poesia è un modo di giudicare l’esperienza amorosa, è mettere in scrittura il cuore dell’uomo, è occasione di crescita e di cambiamento, di capire più a fondo l’esperienza fatta. Hanno l’esigenza di avere un maestro e di un gruppo di amici perché per giudicare l’esperienza c’è bisogno di una guida e di una compagnia
» Dante » nella realtà non c’è nulla che non può essere degno di essere descritto in letteratura
» passa dallo Stil novo alla poetica della loda: da esaltazione di sé a esaltazione del segno
   fermandosi però lì (nella vita nova) e ciò lo differenza dagli stilnovisti; nella divina
   commedia arriva a lodare il senso dietro al segno (come s Francesco)
» nella vita nova ha un’intuizione che dietro al segno c’è il senso (Beatrice è un miracolo), e
   che non approfondisce se non nella divina commedia
» smette di parlare di lei perché si accorge di non averne le capacità ed i mezzi: lo studio
  diventa mezzo di comprensione del mistero che si intuisce
» scopo della letteratura e della poesia è per ducere homines ad statum felicitate
» Virgilio è la personificazione della poesia e della ragione: il suo compito è di guidare Dante
   verso Dio cioè verso la felicità. Poi si ferma perché la ragione per arrivare a Dio non basta
» tutto diventa oggetto della poesia e Dante fa una ricerca di tutti gli stili e tutti i suoni per
   poter mettere in poesia tutti gli aspetti della realtà, tutto è degno di essere raccontato.
» latino è una lingua di regole, mentre il volgare è superiore perché è la prima che impari per
   poter dire per la prima volta “io”, come la definisce lui, la lingua imparata dalla natura
» per Dante i testi contengono un messaggio per tutti, che permette la consumazione del
   “pane degli angeli”, cioè la conoscenza dell’origine e del fine della realtà, ovvero la
   teologia; è il mezzo di comunicazione del Mistero intuito nell’esperienza di un uomo
» Petrarca » dal volgare al latino » la letteratura ritorna, come nel mondo classico, esclusiva per pochi
» la poesia è mezzo per ottenere fama, scrive infatti per i potenti (il sapere è per dotti)
» letteratura e struttura della società deve essere un fax simile di quelle latine
» ricerca continua di una perfezione formale » non è più la poesia per la vita ma la vita per
   la poesia » in contrasto con la frase del Vangelo “che cosa serve all’uomo guadagnare il
   mondo se poi perde se stesso?”
» l’io è al centro della letteratura di Petrarca, al centro di quella di dante c’è un Tu
» sa che è chiuso in se stesso e che dovrebbe uscire da questa condizione ma se ne
   compiace, e prova piacere nella riflessione psicologica e interiore, pur facendolo perdere
» al centro dell’opera di Petrarca c’è la psicologia, al centro di quella di Dante c’è la
   teologia, c’è qualcosa d’altro esterno da sé, si costruisce come una spirale intorno a se
   stesso, scava la propria tomba
» si auto compiace del suo male, non c’è grazia e non c’è incarnazione
» la sua vita è tutto un tuo sforzo che poi lo porta all’accidia: la tristezza che conduce alla
   disperazione e fa desiderare la morte
» è sentimentale, è immerso nel sentimento, l’unica cosa a cui si aggrappa, perché esclude
   la realtà; si compiace nel sentimento, si sforza di provare la passione dei sentimenti
» scrive il Canzoniere in volgare perché è l’unico posto dove non si sente stretto nelle
   regole in cui si è imposto, l’unico posto in cui si può essere sincero
» Boccaccio » letteratura è fuga dalla realtà oppure ti salva la vita?
» la fabulazione è necessaria per vivere, per il cuore dell’uomo
» sul suo epitaffio scrive: studio fuit alma poesis, cioè “la mia passione è stata la poesia,
   anima mia.”. Ciò sembra in contrasto con la condotta letteraria tenuta in vita per cui la
   maggioranza della sua produzione è stata in prosa volgare
  1. contributo originale
» scuola siciliana » invenzione del sonetto (Giacomo da Lentini)
» endecasillabi = versi la cui ultima tonica è la decima sillaba
» settenari = versi la cui ultima tonica è la sesta sillaba
» rime imperfette = rime che ripresentano lo stesso suono ma non gli stessi
   grafemi, causata da una erronea trascrizione dei poeti toscani delle poesie
» Iacopone da Todi » con la scrittura di Donna de Paradiso si ha la prima testimonianza di           
                                   letteratura drammatica italiana, è la prima lauda drammatica, cioè una
                                   composizione poetica destinata alla recitazione che veniva letta e rappresentata
                                   durante la settimana santa nelle sacre rappresentazioni
                                » il primo a compiere un’immedesimazione insieme semplice e profonda nel
                                   Vangelo (nella poesia chiama la Vergine Maria “mamma”)
» Dante » compone la prima autobiografia
» inventa le terzine
» lo scopo del suo scrivere è per ducere homines ad statum felicitatem
» scrive in volgare perché vuole che il suo messaggio sia universale ed accessibile a tutti
» mette dei personaggi contemporanei a lui nei suoi libri
» poesia della loda: è il primo ad intuire che l’esperienza avuta con la donna amata sia un
   segno eccezionale per arrivare a Dio, mezzo di conversione, portatrice della salvezza
» dante agens, e auctor » è il primo che si raffigura come personaggio in un suo libro
» primo che sperimenta tutti i registri e tutti gli stili, in una continua elaborazione tecnica,
   con il fine di poter esprimere con i mezzi migliori tutti gli aspetti della vita
» è uno dei pochi autori che offre il patrimonio culturale di un popolo
» è l’unico in continuazione con San Francesco che dà un giudizio a tutti gli aspetti della vita
   tenendo a mente il rapporto che ciascuna cosa ha con Dio (es: la Fortuna)
» è il primo che ha il coraggio di denunciare la corruzione presente nella storia, sia passata
   che a lui contemporanea
» Petrarca » concezione della realtà come ostacolo al compimento di sé
                 » introduce il dubbio, che verrà poi sviluppato nell’umanesimo
» nuovo scopo della poesia che si sposta dalla gloria alla fama di sé
» ricerca della perfezione fine a se stessa, per arrivare tra i migliori: si perde la novità che
   porta al cristianesimo per seguire un ideale proprio, frutto di una soddisfazione personale
» spaccatura tra affezione e ragione, difetto di conoscenza
» interpreta la vita e non la vive
» è il primo poeta che parla di nazione italiana e fa nascere un sentimento nazionale di
   appartenenza ad una cultura comune e degli ideali comuni
» introduce il tema del contrasto presente nel cuore umano, che è fatto per ciò che è eterno
   ma sembra essere chiuso in un mondo di cose corruttibili, e quindi insoddisfacenti
» Boccaccio » inventa le ottave
» introduce l’idea per cui la virtù è usare bene la propria giovinezza
» importanza della fabulazione come necessità indiscutibile dell’uomo
» invenzione della cornice letteraria come mezzo di unificazione del racconto

  1. temi ricorrenti e domande fondamentali che a Dante stanno maggiormente a cuore mentre scrive l’inferno
» dannati: coloro che hanno perso il ben dell’intelletto e che hanno mancato l’occasione di leggere il segno
» temi » politica: deve spianare gli ostacoli alla via della felicità garantita dalla chiesa
» che cos’è l’amore?
» qual è la funzione della ragione nella salvezza dell’uomo?
» il lavoro: bisogna proseguire l’opera di Dio sulla creazione
» la città medievale: che cosa deturpa la vita cittadina? Come si può migliorare?
» la vita come cammino
» onore, fama, dignità dell’uomo (limbo e chi rispetta pur essendo peccatori)
» magnanimità
» istinto e malizia
» qual è il valore dell’uomo e cosa definisce l’uomo? = l’amore
» la conoscenza di Dio passa attraverso la realtà
» nella realtà come si declina il rapporto con Dio,
» denuncia di un rapporto sbagliato con le cose che tende ad individuarlo ad un fine e non un
   mezzo
» che cos’è la pietà ed è lecito provarla nei confronti di dannati?
» qual è la cosa peggiore che l’uomo può compiere? Il male più grande di tutti?
» che cosa avvicina l’uomo a Dio?
» bisogno dell’uomo di avere una guida che lo accompagni
» che valore hanno le cose nel rapporto con Dio?

domenica 15 settembre 2013

IL RAPPORTO TRA UOMO E NATURA - mondo greco e mondo latino

Analizza un aspetto della cultura greca e latina.

L’uomo è l’unica creatura sulla terra capace di avere coscienza e di apprezzare la natura della realtà che lo circonda; è dunque l’unico essere vivente che può mantenere un equilibrato rapporto di cambiamento reciproco con la natura, in quanto l’uomo modifica la natura alle sue esigenze, e la natura modifica l’etica, la ragione, la fede, il modo di comunicare dell’uomo.
Una mostra del Meeting di Rimini per L’amicizia Tra i Popoli di quest’estate si intitolava: “Naturale, artificiale, coltivato. L’antico dialogo dell’uomo con la natura.” La tesi di questo tema è affine allo scopo della mostra del Meeting per il fatto che partono entrambi da quel dialogo dell’uomo con la natura, qui però sviluppato non nel suo contributo materiale e pratico, ma in quanto facente parte della vita quotidiana umana, antica come contemporanea, e approfondito nel suo apporto modificatore del pensiero umano, della sua concezione della realtà e del rapporto con essa.
Nel mondo greco chiunque, senza distinzione né di censo, né di cittadinanza, né di sesso ha piena coscienza che la realtà non è fine a se stessa, ma segno di un rapporto con il divino, contenente un messaggio per l’uomo. La natura è dunque mezzo di comunicazione tra uomo e divinità, come un ponte attraverso cui l’uomo può costruire un rapporto con il divino: per esempio un premio per la sua fede nell’abbondanza dei raccolti, oppure la punizione per una cattiva condotta in carestie.
La comunicazione con la divinità attraverso la natura è un tema portante nella letteratura greca, come viene testimoniato nella saga tebana dalla pestilenza che si abbatte su tutta la popolazione, e che ricorre nel momento in cui viene compiuto un atto immorale e contro natura, come per esempio il matrimonio tra madre e figlio, quali Giocasta ed Edipo. Un secondo riferimento letterario è contenuto nella stessa Iliade dove, all’inizio del secondo libro, la pestilenza che si abbatte sugli Achei già stremati dalla battaglia viene interpretata in modo completamente esplicito come un intervento divino, la punizione di Apollo per l’affronto di Agamennone nei confronti di Crise, uno dei suoi sacerdoti, e il mancato rispetto di un anziano. La presenza di questo modo di osservare il reale nella narrazione è segno di una caratteristica radicata nella società greca, di un luogo comune, dato che una particolarità della letteratura è quella di riassumere e valorizzare gli aspetti della società in cui l’autore vive.
Questa concezione viene confermata anche dalla stessa religione tradizionale, nella quale i sacerdoti, gli indovini, gli oracoli e gli auguri hanno un ruolo fondamentale in quanto intermediari ed interpreti a loro volta del messaggio divino che passa attraverso la realtà. Per esempio gli auguri interpretavano il volo degli uccelli come portatori di un significato più grande che riguardava la vita dell’uomo.
La natura ha influenzato il mondo greco soprattutto nell’uso della ragione, per il fatto che la sua osservazione fu ciò che ha permesso la nascita della filosofia, cioè quell’enorme patrimonio culturale ed umano che è stato tramandato nei secoli fino ad oggi. Guardando la realtà, l’uomo si è chiesto da chi fu creata, come si è generata, da che cosa è costituita, come è possibile l’esistenza della vita e che cosa la permette, cioè qual è il principio primo che regge tutte le cose. I primi filosofi, i naturalisti, appunto, sono coloro che si sono lasciati stupire ed interrogare dalla realtà come fonte di conoscenza e di scoperta a completa disposizione dell’uomo soltanto. Talete, il primo filosofo della storia, riassume il principio di tutta la realtà nell’elemento dell’acqua, deducendolo dall’osservazione che la vita è permessa là dove è possibile l’idratazione. Anassimene ed Eraclito, ne sono altri esempi, sebbene abbiano sviluppato ragionamenti differenti. Gli stessi Pitagorici, nella loro maggiore astrazione, riescono a cogliere nella realtà quella perfezione matematica che permea la natura, e che farà nascere nel cuore dei Greci la tensione alla perfezione personale; ciò è chiaro anche nell’arte, permeata da una ricerca continua della forma migliore per esprimere quell’ordine perfetto che era presente in natura, attraverso l’applicazione di una legge, sia nell’architettura che nell’arte plastica. La filosofia e l’arte sono quindi una chiara testimonianza di come la natura ha avuto un ruolo importante nella storia dell’uomo, nella modalità di affronto e di coscienza di ciò che lo circonda, perché i Greci si sono lasciati interrogare dalla realtà, vista come modello per il miglioramento personale verso la perfezione.
In questo senso si capisce la concezione tipicamente greca, base della società, per cui la bellezza è necessariamente legata alla bontà (καλός καὶ ἀγαθός), perché ciò che è bello viene considerato frutto di una benevolenza degli dei, rientra nell’idea di ordine, dalla quale si origina l’idea di bene.
Il mondo latino accoglie nella sua cultura e nella sua dimensione questa visione della natura, testimoniando con questo stesso fatto un proprio specifico approccio alla realtà. Questa simpatia viene chiamata eclettismo, cioè l’apertura mentale a ciò che è nuovo, un approccio simpatizzante ma razionale con ciò che è diverso ed esterno da sé, che viene visto come risorsa, come fonte di bene per sé.
L’eclettismo è ciò che permea, e soprattutto da cui nasce la storia dell’arte romana, che ingloba quella greca selezionandola o modificandola secondo la propria cultura, la propria tradizione e corrispondenza, come mostrano i pastìs, ovvero manufatti di statue diverse che vengono unite per scopi celebrativi; vengono per esempio presi i corpi di statue greche di Venere e Marte collocando al posto della loro testa quella di due patrizi romani. Ciò mostra una diversa concezione di bellezza, che non deriva più dall’ordine, ma dall’utilità, e una nuova visione più pragmatica della realtà, da cui deriva la concezione che la natura è rapporto con il divino in quanto fornisce ciò che serve all’uomo per il suo sostentamento, e la coscienza che la realtà è un dono.
Tanto nell’arte quanto nella letteratura romana è evidente come la realtà diventa spunto per intraprendere una strada nuova e personale, scintilla per una ricreazione. Il tema del rapporto con la natura è d’ispirazione greca, e la sua frequenza, sebbene ridotta e differente, indica un modo simile di lettura della realtà.
Un primo aspetto che viene preso e sviluppato dai romani è il legame tra l’uomo e la realtà, in quanto la natura del mondo diventa raffigurativa e specchio della natura dell’uomo e viceversa. In letteratura si può vedere nell’Eneide, in cui viene descritta un’impetuosa tempesta come premonizione di una catastrofe, la morte di Didone, e come segno del concetto di amore della stessa regina: una passione travolgente e furiosa che spazza via tutto il resto. Nell’arte ciò viene testimoniato al contrario, cioè l’uomo come segno che rimanda alla natura, per esempio dalla Saturnia Tellis, la personificazione della fertilità e generosità della terra in una donna florida, che occupa una sezione dell’Ara pacis.
Un secondo aspetto che viene conservato ed approfondito dai Latini è la visione della realtà come rimando ad un rapporto con il divino; Virgilio è colui che maggiormente esprime ciò e valorizza il rapporto con la natura, raffigurata come segno, non esplicito come nell’Iliade, ma più velato, di qualcosa d’altro. Nell’episodio di Laocoonte narrato nell’Eneide, per esempio, è evidende il ruolo della natura come segno dell’intervento divino, che l’uomo si ritrova però a dover interpretare, non avendo un modello di riferimento ed una guida; nel poema, infatti, la popolazione troiana verrà devastata per aver inteso in modo sbagliato il prodigio dei serpenti. Un altro esempio di questo specchio di qualcosa d’altro che è la realtà, è fortemente marcato nella quarta ecloga delle Bucoliche, in cui nella generosità, nella fertilità, nella bellezza incommensurabile della natura viene in realtà descritto come sarebbe il mondo se nascesse quel bimbo che avrebbe salvato tutta l’umanità dal male che è intrinseco nel cuore umano, da cui deriva invece una natura difficile da domare, che obbliga l’uomo alla fatica per il proprio sostentamento.
Lo stesso Virgilio dà un altro grande contributo alla coscienza latina della posizione dell’uomo di fronte alla realtà, raffigurandola nelle Georgiche come totalmente positiva, perché, anche nella sua durezza e nel dolore, non è ingiusta. L’ingiustizia della posizione dell’uomo nella realtà deriva dalla sua impotenza di fronte al male, alla fatica ed al dolore che non può impedire, ma la visione che propone Virgilio fa emergere un altro punto di vista, che indirizza lo sguardo sull’uomo, che è stato dotato delle forze necessarie per affrontare quello stesso male, fatica e dolore. L’uomo è capace di stare davanti alla realtà, mentre la concezione greca tendeva ad accettare l’ingiustizia, la sventura, la sottomissione affidando agli dei, al Caso, alla Necessità, all’Intelligenza parte della colpa di ciò che accade.

Ancora oggi l’uomo e la natura coesistono in un rapporto equilibrato di interscambio. A mio parere, il fatto che l’uomo ha messo recentemente a rischio l’equilibrio di questo rapporto, modificando oltre misura la natura, ha aumentato la consapevolezza dell’uomo davanti ad essa, permettendo che ne comprendesse la preziosità e la sua ricchezza. D’altra parte però, si è persa la coscienza che avevano i filosofi greci nel lasciarsi interrogare da essa, nel chiedersi chi permette che questo continuo miracolo avvenga, poiché, ottenebrati dalla scoperta delle nostre capacità, ci siamo dimenticati che la realtà non è un’opera delle nostre mani.